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Kash Gabriele Torsello - photoreporter

Gabriele Torsello, in arte Kash, è un fotoreporter e documentarista freelance. All'età di venti anni, appena terminati gli studi, lascia la famiglia e la terra di origine per documentare con la sua macchina fotografica le storie dei popoli in lotta per la libertà, argomento principale e filo conduttore della sua lunga attività. Ed è proprio in India che inizia ad interessarsi di conflitti, in particolare della guerra dimenticata che da anni dilania la piccola regione del Kashmir. Il risultato del suo impegno è un volume fotografico di denuncia pubblicato con Amnesty International nel 2003, The Heart of Kashmir, che gli è valso anche il prestigioso premio British Book Design.
Nel 2001 Torsello incontra per la prima volta la cultura afgana, cultura a cui rimane particolarmente legato, tanto da cambiare stile di vita e religione. In Afghanistan partecipa a tre distinti progetti, uno dei quali, riguardante la prevenzione della mortalità durante il parto, in collaborazione con le Nazioni Unite. Gli altri progetti riguardano invece la promozione dello sport fra i disabili vittime delle mine e la cura dei bambini. Ha seguito in prima persona il difficile caso di Shabana, una bambina affetta da una rara malattia che doveva essere operata in Italia. L'opera di denuncia di Torsello ha riguardato anche altri scenari di guerra dimenticati: Albania, Libia, Nepal, Pakistan, ad esempio, sono stati oggetto del suo lavoro. In Nepal, ha trascorso alcuni periodi con i guerriglieri maoisti che combattono contro il regime di Kathmandu.
Il 12 ottobre 2006 Gabriele Torsello viene rapito mentre si trova in Afghanistan, nel tragitto che da Lashkargah conduce a Kabul.I rapitori si fanno vivi solo alcuni giorni dopo, e attraverso l'opera di mediazione di Rahmatullah Hanefi, chiedono per il rilascio dell’ostaggio (da loro considerato una spia) il ritorno in Afghanistan di Abdul Rahman, un afgano convertito al Cristianesimo e condannato a morte per apostasia (rifugiato politico in Italia).Per la liberazione di Torsello si mobilita l'opinione pubblica e gli stessi talebani e varie autorità islamiche lanciano appelli per il suo rilascio, convinti anche dall'opera meritoria svolta da Kash per denunciare le difficili condizioni del popolo afgano. Il rilascio avviene dopo 23 giorni di prigionia il 3 novembre 2006 vicino a Kandahar. Alla liberazione di Torsello hanno fatto eco una serie di polemiche politiche circa la possibilità che per il suo rilascio sia stato pagato un riscatto.
Gabriele Torsello vive ed opera nelle citta' di Londra, Roma, Bari, Kabul e ... ovunque tra Jammu & Kashmir.

(In coda all’intervista troverai i link utili per il settore di fotografia)

Accademia ApuliaUK ha posto a Gabriele Torsello alcune domande:

Quando ha capito che avrebbe voluto raccontare il mondo attraverso le parole e le immagini?
Gia’ dall’eta di 14 anni ero affascinato dal mondo fotografico e pensavo di voler raccontare il mondo solo attraverso le immagini. Nel tempo ho sempre più razionalizzato che la fotografia e’ un vero e proprio linguaggio, il linguaggio visivo. Poi mi sono spostato nel fotogiornalismo che usa la fotografia come linguaggio visivo-emotivo immediato e il giornalismo che integra l’approfondimento culturale attraverso il linguaggio scritto.

Cosa l’ha spinta a diventare un giornalista e fotoreporter di guerra? E cosa spinge, oggigiorno, il suo animo da narratore della realtà?

E’ stata la fotografia a spingermi verso il giornalismo. Ho voluto utilizzare la fotografia come un linguaggio antico, il linguaggio dell’immagine, dei simboli, che riescono ad essere interpretati e letti da molti attraverso le emozioni; infatti ognuno riesce a captare qualcosa di diverso da un’immagine visiva, in base alla propria conoscenza ed in base alla propria sensibilità. Questo legame con la fotografia mi ha portato ad utilizzarla per comunicare la realtà, per comunicare ciò che vedevo nel mondo.

A questo si e’ associato il mio interesse per i paesi in guerra. Volevo conoscerli non tanto dal punto di vista politico ma da quello pratico e reale di vita quotidiana. Spesso si conosce un posto per il conflitto in sè, ma si conosce poco della situazione del territorio stesso, ovvero, come viene colpita e condizionata la quotidianità di quel luogo, come si vive la vita di ogni giorno, e come cresce una famiglia in zona di guerra.
 Questo mi ha spinto a recarmi in luoghi come il Kashmir per documentare la quotidianità della vita indipendentemente dal conflitto politico.

Tutto e’ nato durante una visita di tre mesi in India, dove ho iniziato per la prima volta a conoscere il Kashmir attraverso gli articoli dei giornali. Le uniche ragioni descritte in questi articoli erano legate alla guerra tra l’India e il Pakistan, e al loro conflitto nato nel 1947 per la conquista dello Stato del Jammu & Kashmir.
Io, invece, volevo capire cosa succedeva tra le gente e decisi, nel 1994, di documentare fotograficamente ciò che accadeva nella quotidianità della vita dei Kashmiri.

Lei e’ noto in tutto il mondo come Kash, abbreviazione di Kashmir; come si sente ad essere riconosciuto con la sua professione ...cosa l’ha spinta a legare per sempre la sua persona alla sua professione?

Ho sempre cercato di approfondire la situazione del Kashmir, immergendomi direttamente in questo territorio e cercando di coglierne fotograficamente alcuni attimi. Per poter fare un buon documentario e’ necessario avvicinarsi al soggetto che si fotografa, non solo materialmente, ma anche culturalmente e spiritualmente. Dopo aver lavorato in Kashmir per oltre 7 anni, il fatto che associassero il mio nome a questo territorio non era affatto strano perché la mia vita era ed e’ legata a questo paese.

La sua fotografia e’ il fermo immagine di ciò che osserva o la ricerca della sua verità?

E’ un’insieme. E’ sia fermo immagine che ricerca. Per cogliere il menzionato fermo immagine bisogna cercarlo, mettendosi nella situazione di scoprire la notizia fotografica. Questo vuol dire vivere in quel luogo, studiarlo e conoscerlo.

C’e’ un giornalista o fotografo presente o passato al quale si ispira?

Chi mi ha ispirato nel mondo della fotografia e’ stato Ansel Adams. E’ stato dopo la lettura dei suoi libri: “La Stampa” e “Il Negativo” che ho capito quanto e’ immenso il mondo fotografico, e quanto e’ personale la fotografia.

Se potesse rappresentare con una sola fotografia quello che i suoi occhi hanno visto durante il periodo da inviato nei territori di guerra, cosa rappresenterebbe?

La prima fotografia che mi viene in mente e’ un bambino che urla nel pianto perchè ha appena scoperto che il padre e’ stato ucciso sotto tortura nel Kashmir.

Se, invece, potesse rappresentare con una fotografia il periodo del suo sequestro, cosa rappresenterebbe?

Una Camera Oscura.

Il  suo libro Afghanistan
Camera Oscura e’ incentrato sulla sua esperienza di prigionia dal 12 Ottobre 2006 al 3 Novembre 2006. Cosa ne ha ispirato il titolo?
Sto lavorando su questo libro e spero di ultimarlo al più presto. Si chiama Camera Oscura proprio perché sia nella fotografia, che durante il mio sequestro, e’ presente un’immagine latente. E’ l’immagine di chi ha partecipato al mio sequestro che come sulla pellicola, esiste ma non e’ ancora visibile, almeno fino a quando non entra nella camera oscura e l’immagine inizia a prendere forma. A questo punto un bagno d’arresto, blocca lo sviluppo della pellicola che può essere portata fuori dalla camera oscura affinché tutti possono vederne il contenuto. In un certo senso e’ anche la storia del mio sequestro. E’ dal giorno  del mio sequestro che mi sono posto questa domanda, ma e’ una domanda a cui non si può rispondere con punti di vista ed opinioni; e’ necessaria una ricerca approfondita di tutto quello che e’ accaduto. Cosa che ho fatto e continuo a fare da quel giorno, e con il libro spero di poter dare diversi dettagli che potrebbero far capire cosa rappresenta questa immagine latente.

Il suo lavoro l’ha portata ha integrare la sua cultura pugliese con quella afghana. Tra le sue più recenti mostre fotografiche vi e’ STARAMASCE’, che rappresenta la quotidianità e gli aspetti Culturali Afghani, dal Badakhshan nel Nord, a Kandahar nel sud. L’obiettivo della mostra e’ quello di demolire le barriere socio-politico-culturali tra “l’Occidente e l’Oriente”. Qual e’ la sua opinione sulle così nette discrepanze esistenti tra le diverse culture, quali pensa siano le cause e quali le soluzioni attuabili?

Visitare luoghi diversi e lontani è come viaggiare nel tempo attraverso la quotidianità umana. Le persone nella loro semplicità e quotidianità, sono simili nelle diverse culture e nei diversi luoghi. I bisogni e i sentimenti sono paralleli in tutti i contesti. La storia, in un certo senso, ci accomuna e dovrebbe farci riflettere, portandoci alla soluzione di certe situazioni. La storia deve essere intesa come l’esperienza dell’essere umano che ci porta a non commettere gli stessi errori. Guardandoci attorno vediamo che l’esperienza dell’essere umano e’ spesso una fonte culturale lasciata sui libri, si menziona, si studia ma non si attua e non si pratica nel presente e nel quotidiano. Uno studio approfondito della storia potrebbe risolvere molte discrepanze.

Il caso ha voluto che nel 2005, nel mercato di Kabul, incontrasse una donna con in braccio una bambina,
Shabana, affetta da un grave neurofibroma al viso. Lei e’ stato fondamentale nella cura di questa bambina; ma pensa che la nostra vita sia maggiormente dipendente dal caso o dall’influenza che nostre azioni hanno sul nostro futuro e su quello degli altri?
Spesso si parla di cambiamento, però si tende ad aspettare il cambiamento o a definire responsabile qualcun altro, sia esso un Governo, un ente, un’organizzazione, una nazione. Il rischio e’ che agendo in questo modo sottovalutiamo noi stessi e le capacita dell’individuo ad agire attivamente nelle situazioni. Dovremmo rivalutare le nostre capacita’ dandoci una spinta ad agire, anche su cose che possono sembrare minuscole, perché, tutto sommato, una goccia d’acqua nell’oceano non fa differenza. Ma riflettendoci e osservando ci rendiamo conto che lo stesso oceano e’ solo l’insieme di tante gocce.

Cosa ci racconta del progetto fotografico
ProPugliaPhoto?
ProPugliaPhoto e’ un progetto fotografico pugliese, nato nel Febbraio 2010 con l’obiettivo di diventare un’agenzia fotografica di riferimento sulla fotografia pugliese, in grado di fornire servizi fotografici di alta qualità che promuovano al contempo il territorio pugliese e il lavoro di nuovi talenti.

Pensa che la fotografia possa aiutare i ragazzi a mettere a fuoco la realtà in cui vivono attraverso una diversa prospettiva? 

Credo che la fotografia ti permette di osservare. Nel momento in cui non si parla si e’ costretti ad osservare senza dare tutto per scontato, esplorando le situazioni da un punto di vista nuovo, ma sempre semplice e umano, si può riuscire a trovare la  soluzione.
Prendiamo in esempio il Kashmir, per questo Paese sono state scritte decine di risoluzioni dalle Nazioni Unite e sono stati pubblicati infinità di carte e documenti con l’intento di trovare una soluzione ai problemi di questo territorio, ma nella sostanza dei fatti sono passati 62 anni senza che nulla di concreto sia stato cambiato per le popolazioni che vivono il Kashmir. Quello che si intende fare con la fotografia e’ di far vedere delle realtà e provocare un approfondimento culturale delle stesse. Quando si dice che “..la fotografia è meglio di 1000 parole” si intende dire, a mia convinzione, che  l’emozione catturata da una foto può avere un impatto immediato sulla sensibilità di chi la osserva, provocando una reazione emozionale istintiva e naturale. 
Le ‘mille parole’ che descriverebbero la stessa foto provocherebbero, invece, un impatto simile, minore o maggiore, ma decisamente un impatto troppo lento per provocare una reazione immediata e naturale quanto quella della immagine.
In pratica, l’emozione di una foto va diretta al cuore e poi trasmessa alla mente. L’emozione delle parole, al contrario, hanno un percorso inverso, vengono prima filtrate ed elaborate dalla mente per poi raggiungere la sensibilità del cuore, dell’emozione naturale e umana che accomuna tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla cultura o lingua di appartenenza. E in questo mondo avremmo forse bisogno di comunicare più con il cuore, con il sentimento libero, e trasmettere le parole dal cuore alla mente, per poi trasformarle in immagini scritte.
 
Qual e’ il suo messaggio per i giovani che intendono intraprendere la sua carriera giornalistica e da fotoreporter?

Credere nei propri progetti e nei propri obiettivi di vita è importante, ma continuare a crederci è indispensabile per raggiungerli.
L'Accademia Apulia UK ti suggerisce anche i seguenti Link per una carriera in fotografia

Kash Gabriele Torsello
ProPugliaPhoto

University of Westminster

BTEC First Diploma: Digital Photography - 36 lezioni

BTEC Award Digital Photography - 20 lezioni

BTEC Award in Digital Photography - 20 lezioni

 Documentary Photography -12 lezioni

BTEC Award Film-Based Photography - 10 lezioni

Beginners Digital Photography - 10 lezioni

Contemporary Portrait Photography - 10 lezioni

Darkroom Fine Printing - 10 lezioni

Professional Preparation: Photographers  - 10 lezioni

Professional Studio - 10 lezioni

Introduction to Studio Lighting  - 10 lezioni

Large Format Photography - 8 lezioni



Ad Oxford raccomandiamo:

The Oxford School of Photography

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Corsi di laurea
 
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